Il Barocco a Roma - La meraviglia delle arti

Mirabolante. Non c’è miglior aggettivo per definire la mostra del “Barocco a Roma” in corso a Palazzo Cipolla sino al 26 luglio.
Parlare di barocco a Roma è come parlare di oro a Johannesburg, la città storica ci vive in mezzo; i tre quarti delle opere esposte si sono spostati al massimo di cinque chilometri.
Per tanta abbondanza si sono potute scegliere opere, di cui ognuna potrebbe instaurare un percorso narrativo: Rubens e Van Dick per la grande committenza e circolazione dei pittori in Europa. Il cembalo barocco e l’arpa Barberini per gli oggetti d’arte assurti a emblemi suntuari e prestigiosi. Lorrain e Poussin per l’osservazione della natura con sensibilità pre-romantica, con gli episodi umani presi a pretesto in una natura rigogliosa e sovrastante. Oggetti delle nuove scienze che si impongono anche per le raffinate e ardite forme.


Roma si era trascinata nei secoli bui, subendo l’esilio avignonese e l’egemonia papale di Venezia. Poi, con i Borgia i della Rovere e i Medici, si era riempita del fasto rinascimentale con artisti prevalentemente dell’Italia centrale (Michelangelo fiorentino, urbinate Raffaello, bolognesi i Carracci).
Ma il sacco di Roma del 1527 spegne ancora una volta la luce che Roma promana, e la Chiesa trionfante tridentina è ancora di là dall’affermarsi.
Roma non possiede ancora un suo stile uniforme e autoctono, sebbene illuminata da sorruschi che non riscaldano, come il turbine di Caravaggio che pure lascia epigoni sino al terzo decennio del 1600.
Occorre attendere il lento sviluppo dell’uomo nuovo, del Barocco come primo movimento internazionale, dopo il gotico.
La mostra incomincia proprio con quei pittori che abbandonano le forme classiche senza rifiutarle, ma debordandone in pose spazi oggetti e forme dominate dalla linea curva.

Annibale Carracci nel soffitto dal salone di Palazzo Farnese, Guido Reni dell’Atalanta e Ippomène, Rubens di San Sebastiano. 
Nuovo intento papale che, come in altre epoche, attesti la potenza attraverso la novità e la magnificenza. In più, un elemento nuovo fatalmente emotivo: la meraviglia!
La svolta avviene riempiendo ogni spazio di volute e curve e torsioni su ogni superficie (decorazioni e strutture di palazzi) ogni oggetto (medaglie, consolles, strumenti musicali, sestanti, orologi). Sovvertito anche l’assetto cittadino, è l’epoca in cui Roma inventa e articola i suoi emblemi urbani : la stella; l’ellisse forse ispirata dalle nuove scoperte astronomiche per altri versi negate; il Tridente viario di Piazza del Popolo). Le Corbus avrebbe apprezzato: dal cucchiaio alla città, tutto diventa unitario, fiorito, meraviglioso, espressione di una originale e potentissima macchina di propaganda. In quest’epoca anche le feste sono macchine di meraviglia, e i matrimoni, e i funerali. Macchina barocca è ancora oggi il carro della Santuzza a Palermo.
Inquietudini dell’uomo nuovo che scruta il mondo con curiosità scientifica  e oggettiva, si affascina e sgomenta.
Dalle ideologie rinascimentali, esaurite in sterili manierismi, Roma emerge scavando e scoprendo l’antico. Poca terra ricopre meraviglie destinate a ispirare i secoli: il Laocoonte con le sue torsioni sentimentali, subito preteso dal Papa, o la reggia di Nerone, interrata e riscoperta per caso scavando pozzi, che ispira le “grottesche” tanto care ai fiorentini.


Roma attira inesorabilmente ogni artista di talento, consapevole di dover completare la propria formazione con il confronto diretto degli antichi; giungono i Rubens, i Lorrain, i Velazquez, i Vouet.
La mostra, ricchissima di tele e oggetti d’arredo e scultura, si fa interessantissima negli oggetti di propaganda (targhe e medaglie commemorative dei papi) o nei disegni piante schizzi modelli di quei monumenti che oggi conosciamo come Barocco Romano.
Usciti dalla mostra, il centro di Roma ci si offre con un barocco diffuso e onnipresente, creato in quel secolo lungo che a Roma  va dalla seconda metà del ‘500 al tutto il ‘600. E’ il barocco delle colonne tortili, della curva, della materia marmorea forzata sino a gareggiare con la stoffa mossa dal vento.


Un piccolo aneddoto: Gian Lorenzo Bernini, il boss del Barocco romano, lodato da quattro papi, era momentaneamente in disgrazia  presso Innocenzo X Pamphilij. Ma la famiglia del papa era in procinto di fare dello stadio domiziano il cortile del proprio nuovo palazzo. Accanto, stava sorgendo la chiesa di S.Agnese affidata a Borromini. Occorreva abbellire la nuova piazza con una fontana. Bernini non fu invitato alla gara, ma trovò il modo per presentare il suo progetto della Fontana dei Quattro Fiumi. Talmente ardita la soluzione (un obelisco che si regge sul vuoto) e pregnante la scelta dei simboli, che il papa la scelse. Saputone l’autore, si limitò a dichiarare: “ per non scegliere un progetto di Bernini occorre non averlo veduto.”
Fabrizio Sapio

Commenti

  1. caterina guttuso10 luglio 2015 09:39

    Ebbbravo Fabrizio! Non ti conoscevo come storico dell'arte, è stato un piacere leggerti. Sintetico , chiaro e diretto, lo stile che mi piace.....

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  2. Fabrizio lessi il pezzo e mi piacque subito. La bellezza di questa ostra appare in tutto il suo splendore. Mi piace pensare che chi passa di qua e, in giro per l'Italia in questa afosa estate, non si lasci sfuggire questa bellissima mostra. Roma capitale adorna e ricca, un tesoro per chiunque estimi l'arte. La chiarezza dello scritto si accompagna all'uso della parola con riferimenti dotti e di pregio. Grazie Fabrizio per averci regalato una grande pagina.

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  3. Arte e storia si fondono in questo brano davvero molto ricco di notizie. Complimenti, bel lavoro!
    Nina

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  4. Grazie a tutti. Conto di darvi qualche notizia di mostre o siti che vedró. Un abbraccio a tuttigli amici del blog.

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    1. Grazie Fabrizio per la collaborazione promessa. A rileggerti

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